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PERCHÉ I GIAPPONESI SONO OSSESSIONATI DAI GATTI?

(Articolo a cura di Susanna Ribeca, scrittrice)



Oggi cercheremo di rispondere al perché i giapponesi siano ossessionati dai gatti.


In questo blog ne ha cominciato a parlare il professor Matteo Gagliardi con il suo ottimo articolo sul Maneki Neko.

Però il Maneki Neko non è che uno degli effetti, spesso pop, di una storia millenaria che lega i nipponici ai felini.

Basti pensare a Hello Kitty, la dolce micia stilizzata che ha caratterizzato diari, quaderni, zaini, magliette delle ragazzine di tutto il mondo, e non solo (perfino la mitica fabbrica di chitarre Fender ha creato una “Hello Kitty Stratocaster” di color rosa).

Pensiamo ai Neko Café, dove gli avventori, oltre a consumare cibi e bevande, possono osservare i gatti lì ospitati e giocare con loro.

Pensiamo ai manga, agli anime e ai romanzi che parlano di felini (qualche titolo nelle librerie: “Io sono un gatto” di Natsume Sōseki, “Il gatto venuto dal cielo” di Hiraide Takashi , “Il gatto che voleva salvare i libri” di Sosuke Natsukawa).

Ciliegina sulla torta, il celebre santuario Nian Nian Ji (Santuario di Miao Miao) a Kyoto, che ha una particolarità: i monaci sono dei felini! Le ultime notizie in nostro possesso ci dicono che il monaco è una bella micia bianca che si chiama Koyuki, affiancata da sei assistenti: tre gatti maschi e tre femmine.



Un’inchiesta condotta dallo psicologo Hiragi ha scoperto che, oltre ad essere attratti dalla loro soffice pelliccia, dai seducenti miagolii e dalle zampette profumate, i giapponesi amano i gatti perché sono tsundere.

Per chi non ha familiarità con il termine, tsundere è un miscuglio di tsuntsun, che significa “spinoso, scostante”, e deredere, “intensamente dolce e affettuoso”.

Come tratto della personalità, tsundere descrive qualcuno che oscilla fra l’attaccamento emotivo a te e il non voler avere niente a che fare con te, in base al suo umore momentaneo ed alle circostanze.

Hiragi ritiene che l'affinità per i compagni animali tsundere derivi da un ammirevole valore di base della società giapponese. "Statisticamente, ci sono molte persone in Giappone che spesso pensano a cosa possono fare a beneficio degli altri", sostiene. “Il codice di condotta personale dei nipponici è tendenzialmente e fortemente orientato verso altri individui invece che verso se stessi. Quindi, anche nel rapporto con il proprio animale domestico, le persone sono felici di mettere i bisogni del loro gatto, anche se non particolarmente obbediente, prima dei propri, e agiscono di conseguenza" e conclude affermando che, per molti proprietari, essere al servizio del proprio micio è emotivamente più appagante di avere un animale domestico che giochi con loro a comando.


Tuttavia, non parliamo a caso di ossessione: oltre all’amore, i giapponesi provano anche molto timore per i felini.

Il Paese ha una lunga e spesso terrificante storia di folklore che coinvolge mostruosi gatti soprannaturali: il catalogo magico è ampio e spazia dai fantasiosi muta-forme (bakeneko) agli orrendi e demoniaci mangiatori di cadaveri (kasha).

A loro dedicheremo il prossimo articolo sugli yokai.


Nessuno sa con esattezza quando i gatti arrivarono nel Paese del Sol Levante. L’ipotesi più accreditata è che abbiano viaggiato lungo la Via della Seta, dall’Egitto alla Cina fino in Corea, e poi abbiano attraversato il mare, nascosti nelle stive delle navi insieme ai topi, a guardia di preziosi sutra buddisti scritti sulle sacre pergamene, oppure guardati a vista come regali costosi da donare agli Imperatori.


Proprio nel suo diario l’Imperatore Uda, di 17 anni, il 17 marzo 889 scrive del micio offertogli in regalo:

“Il colore della pelliccia è impareggiabile. Nessuno riusciva a trovare le parole per descriverlo, anche se qualcuno diceva che ricordava l'inchiostro più profondo. Gli ho legato un fiocco intorno al collo, ma non c’è rimasto a lungo.

Quando si ribella, stringe gli occhi e sfodera gli artigli. Mostra la schiena. Quando si sdraia, si arriccia a cerchio come una moneta. Non gli si vedono i piedi. Quando si alza, il suo grido esprime profonda solitudine, come un drago nero che fluttua sopra le nuvole”.

Trattato come dono prezioso, alla stregua di gemme ed ori, il gatto aveva però la capacità di moltiplicarsi. Nel XII secolo, quindi, era diffuso ed allevato in tutto il Paese.


È proprio durante questo periodo che inizia a “trasformarsi”. Una delle credenze popolari più diffuse in Giappone riguarda la possibilità degli esseri viventi, e perfino delle cose, che hanno vissuto molto a lungo, di sviluppare poteri magici. Sono tantissime le storie che spiegano ciò in relazione alle volpi, ai tanuki (il cane procione), ai serpenti, ai vasi, agli ombrelli, eccetera (vedi il nostro articolo sui mostri-oggetti), ma i gatti sembrano essere in qualche modo unici nella miriade di poteri che possono manifestare e nella quantità delle forme assunte, forse proprio perché non sono animali autoctoni, ma vengono da “fuori”, dal mondo esterno al Giappone. Aggiungiamo anche le loro capacità di allungarsi a dimensioni apparentemente innaturali, di vedere nel buio con iridi luminose e cangianti e di muoversi senza fare alcun rumore, ed abbiamo l’animale magico per eccellenza.


Nel XII secolo, nei dintorni di Nara, città circondata dalle montagne e dalle foreste, viaggiatori e mercanti terrorizzati riferirono di un nekomata, un enorme gatto a due code mangiatore di uomini. Probabilmente si trattò di una tigre portata dalla Cina e sfuggita al suo padrone, oppure di un animale affetto da rabbia.

Durante il periodo Edo (che va dal 1603 al 1868), intorno alla figura del gatto si svilupparono infinite storie e leggende. Nasce la creatura soprannaturale detta bakeneko, che in genere mangia i suoi padroni e ne prende il posto, ma non solo.

Nel 1781, iniziarono a diffondersi voci secondo cui alcune cortigiane dei distretti del piacere della capitale Edo non erano affatto umane, ma piuttosto dei bakeneko.

L'idea che attraversare le porte del quartiere proibito significasse un flirt con il soprannaturale suscitava un delizioso brivido. Alla fine, il racconto si estese fino a comprendere un intero mondo nascosto di gatti, inclusi attori kabuki, artisti e comici. Quando lasciavano le loro case di notte, indossavano kimono, tiravano fuori sakè e shamisen e fondamentalmente organizzavano feste sfrenate prima di tornare a casa all'alba.

Oppure pensiamo al kasha, il demone mangiatore di cadaveri. La storia rimane ancora parte della cultura in termini di servizi funebri. In Giappone, dopo la morte di una persona cara, è consuetudine tenere una veglia in cui il corpo viene portato a casa, attorno alla famiglia riunita, ma i gatti vengano allontanati dalla stanza in cui si prega per il defunto.

I neko musume, invece, erano ibridi gatto-umano. Si diceva che fossero nati dalla maledizione lanciata sui fabbricanti dello shamisen (uno strumento a a percussione), che usano le pelli feline tese sui tamburi. Un produttore di shamisen troppo avido sarebbe stato maledetto e così, Invece di un'amata figlia umana, si sarebbe ritrovato con un essere ibridato che si esprimeva a miagolii, mangiava topi e si grattava con gli artigli.


E ancora: il gotoko neko, un vecchio nekomata che di notte accende misteriosamente i fuochi o i termosifoni nelle case per stare al caldo; le isole dei gatti di Tashirojima, dove i mici rispetto alle persone sono in rapporto di 5 ad 1; gli yamapikaryaa, in via di estinzione, che si dice sopravvivano solo sulle remote isole di Iriomote.


Insomma, il rapporto fra giapponesi e gatti è talmente stretto ed intrecciato che è difficile dipanare la matassa, ma ora ne sappiamo senz’altro di più.


(Scritto da Susanna Ribeca, scrittrice)



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