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Manuale pratico di usanze giapponesi

Paese che vai, usanza che trovi


Articolo a cura di Susanna Ribeca, (scrittrice)



“Paese che vai, usanza che trovi”, dice un famoso proverbio.

E ancora:

quello che per noi italiani è appropriato, educato e corretto, magari in Giappone è considerato maleducato e viceversa.


In questa piccola guida vi forniremo utili indicazioni per comportarsi al meglio in terra nipponica, per non cadere dalle nuvole e, soprattutto, per imparare che non esiste un modo giusto o sbagliato di stare al mondo, ma solo differente.


Conoscere le diversità fra i popoli ci arricchisce e sviluppa anche la comprensione e la tolleranza.


Iniziamo!



Quando ascoltano qualcuno parlare, i giapponesi interloquiscono con l’aizuchi, per fare capire che stanno prestando attenzione al discorso. Quindi, è normale sentirli usare interiezioni come “Aaaah, eeeeh, naruhodo”.

Capita comunque che, dopo tutto questo annuire, l’interlocutore potrebbe non essere d’accordo con chi parla.



Le portiere dei taxi sono automatiche, quindi il passeggero non deve aprirle, ma aspettare che il conducente prema l’interruttore e le sblocchi.



Quando si comprano cose molto personali, come gli assorbenti e la carta igienica, il commesso mette tutto in buste nere per nascondere il contenuto.



Mai soffiarsi il naso in pubblico, è considerato davvero maleducato!

I giapponesi tirano su con il naso e, quindi, in metropolitana o in treno, è frequente sentire quel rumorino che,

per gli italiani, è invece assai sgradevole.



In Italia, il galateo impone di non avvicinare il piatto alla bocca con le mani, sono le posate ad avvicinarsi.

In Giappone, invece è buona educazione prendere in mano le ciotole, i piatti piccoli (quelli grandi no) per mangiare.

In entrambi i Paesi è comunque buona norma non piegarsi in avanti sul tavolo: la postura deve essere sempre eretta; un giapponese direbbe: “Mangi come un cane!”



In Italia, quando ricorre il giorno del proprio compleanno, e magari si è in ufficio, è tradizione, non obbligatoria ma molto apprezzata, offrire un piccolo rinfresco ai colleghi, anche per favorire l’interazione e la convivenza.

Invece, nelle aziende giapponesi, generalmente si evita di dire che è il giorno del proprio compleanno, perché la maggior parte dei colleghi potrebbe pensare che si voglia stare al centro dell’attenzione, si voglia ricevere un regalo e così via.



Nei ristoranti italiani non capita che il personale parli a voce molta alta. Lo stesso succede nei negozi.

In terra nipponica, invece, quando si entra in un locale pubblico, il personale usa un tono altisonante per salutare il cliente, dicendo “Irasshaimasé!”. Se non lo fa, ciò può essere interpretato come un atteggiamento antipatico o maleducato.

Se però il cliente è di fronte al cameriere o al commesso, “Irasshaimasé” deve essere modulato in base alla distanza, perché, ovviamente, non gli si può gridare in faccia!


A parte bere un aperitivo in un bar, noi italiani andiamo al ristorante e consumiamo tutto il pasto in un solo locale.

I giapponesi, all’opposto, sono abituati a bere e mangiare in vari izakaya o in diversi ristoranti di medio-alto livello, due o tre o anche più; cambiano spesso.

Inoltre, mentre in Italia le vie intorno alle stazioni ferroviarie sono considerate insicure e, in alcuni casi, addirittura malfamate (non ovunque, per carità, ma in genere sì), in Giappone queste zone sono illuminate, ben frequentate, piene di caffetterie e ristoranti e gli appartamenti sono molto cari.

Nelle izakaya (cioè, l’equivalente dei pub, dove si può bere accompagnandolo a qualcosa da mangiare) e nei ristoranti, l’acqua è gratuita, ma non appena ci si siede, viene servito un piccolo piatto di cibo, legato alle specialità della casa, non richiesto, che è obbligatorio, sia che si mangi o meno, e sarà addebitato sul conto: si chiama otōshi e può essere considerato come il nostro coperto.


In Italia, a tavola, nel riempire i bicchieri di vino, il galateo stabilisce che si servono prima le donne (da parte di un commensale uomo, se presente), poi gli uomini, infine i padroni di casa. Tra donne e uomini si deve seguire il criterio dell’età, iniziando a servire i meno giovani.

In Giappone, si usa che i giovani riempiano i bicchieri ai più anziani e ai capi, gli ospitanti agli ospiti e le donne agli uomini. Nelle cene formali, bisogna fare attenzione ai bicchieri vuoti, perché è considerato un gesto estremamente educato e rispettoso riempirli, specialmente ai superiori e alle persone più grandi di età.


In Giappone non si usa dare la mancia.



Relativamente all’aspetto fisico, mentre in Italia un profilo pronunciato e le orecchie ad ansa (popolarmente, a sventola) sono considerati dei difetti da minimizzare o, addirittura, eliminare con la chirurgia estetica, in Giappone sono apprezzati.

In particolare, il naso grande riscuote consensi, perché i giapponesi dicono di avere il naso “basso”, cioè piccolo, mentre quello grande è detto “alto”, e diversi nipponici chiedono al chirurgo di avere appunto il naso alto. Soprattutto le donne, poi, ricorrono spesso alla plastica o al trucco specifico per avere la doppia palpebra.



Per quanto riguarda la maggiore età, in Italia si festeggia il giorno del diciottesimo compleanno del neo maggiorenne.

Invece, tutti i ragazzi giapponesi che hanno compiuto o compiranno 20 anni partendo dal 2 aprile dell’anno precedente fino al primo aprile dell’anno in corso, lo festeggiano nel cosiddetto “Seijin no hi”, il secondo lunedì di gennaio, che è festa nazionale. Dal 1° aprile 2022 la maggiore età in Giappone è stata fissata a diciotto anni, per cui, dal 2023, per la prima volta il “Seijin no hi” sarà celebrato dai diciottenni.

Le ragazze indossano tradizionalmente un kimono molto costoso ed un collo di pelliccia bianco, regalo dei genitori; i ragazzi possono indossare l’abito tradizionale, l’hakama, ma di solito portano un completo.

Dopo le cerimonie, i nuovi maggiorenni vanno a mangiare e soprattutto a bere, perché è permesso loro per la prima volta.



Nei negozi giapponesi di abbigliamento esiste una misura, “la free size”, che non è una misura adatta per tutti, ma significa che il vestito ha solo quella taglia ed è generalmente adatta alla media delle persone che acquista (per un occidentale potrebbe essere piccola).



Ogniqualvolta cambia l’imperatore, si entra in una nuova Era, numerata poi progressivamente con il passare degli anni.

Per esempio, ora siamo nell’Era Reiwa 4 secondo il sistema nipponico “Nengo”.

Per convertire un anno giapponese nel corrispondente anno secondo il calendario gregoriano, bisogna per prima cosa trovare il primo anno della nengō. Una volta trovato, occorre sottrarre 1 e in seguito aggiungere il numero dell'anno giapponese.

Per esempio, il ventitreesimo anno dell'era Shōwa (Shōwa 23) è il 1948, infatti: 1926 - 1 = 1925 + 23 = 1948.

In Giappone si usano sia il calendario gregoriano sia il sistema della nengō, che appare nei documenti ufficiali come patente e certificato di nascita, ed esiste una tabella di conversione.



L'anno scolastico nipponico inizia nel mese di aprile e finisce nel mese di marzo dell'anno successivo.

Le vacanze estive durano circa sei settimane. Oltre alle feste nazionali, gli alunni hanno due settimane di vacanza a Capodanno e due in primavera tra il vecchio e il nuovo anno scolastico.



I giapponesi non firmano i contratti con la propria firma scritta a mano, ma utilizzano un timbro che, una volta stampato su documenti importanti, ha valore morale e legale per il legittimo proprietario.

Per la stipula e la firma di contratti come affitti, contratti telefonici o apertura di conto bancario o postale, vengono usati gli inkan (印鑑) o hanko (判子). L'hanko è un timbro che ha la stessa funzione della firma e può essere di 3 tipi a seconda della tipologia del documento da firmare.


Il Jitsuin è realizzato su richiesta e deve essere registrato presso il proprio municipio, in quanto è un elemento unico e legato alla persona. Viene utilizzato per la stipula di documenti importanti come l’acquisto di un immobile, di un mezzo (che sia un’auto o una moto) o quando si redige il proprio testamento.

Le norme giapponesi permettono a chi abbia almeno 15 anni di poter registrare il proprio jitsuin.


Il Ginkoin, come il precedente, viene realizzato su richiesta.

Questo timbro è legato alle operazioni bancarie, perché deve essere registrato presso la banca quando si apre il proprio conto ed andrà usato esclusivamente per "firmare" le operazioni che si effettuano, come un bonifico. A differenza del Jitsuin, che impone un'età minima per la sua richiesta, l'età dipenderà dalla tipologia del conto aperto o dall'istituto bancario utilizzato.


Il Mitome-in è impiegato in tutte le normali faccende quotidiane, come per esempio quando si riceve un pacco.

A differenza dei due precedenti, quest'ultimo non richiede nessun tipo di registrazione, anche per questo a volte può essere rifiutato come poco adatto per alcune procedure.

Il mitome-in, essendo quello più comune e non registrato, si può trovare negli appositi negozi o addirittura nei “100 yen shop”, esposto in grandi colonne con dentro moltissimi timbri, tutti in ordine per kanji.

Di solito i modelli in legno o plastica possono essere venduti con una piccola custodia che contiene una parte per l'inchiostro, che è sempre di color rosso, ma le versioni più moderne in plastica contengono già l’inchiostro e non necessitano di un ulteriore tampone. Gli artigiani che li producono a mano li incidono con le vecchie tecniche, con piccole lame che lavorano la struttura di base, utilizzando pietra o legno. Anche ai residenti stranieri a lungo termine è richiesto l’uso del timbro per la stipula dei documenti importanti.



E voi, conoscete delle tradizioni o delle particolarità nipponiche non inserite in questo articolo?

Segnalatecele, per favore!!


Articolo a cura di Susanna Ribeca, (scrittrice)

(Fonti: You Tube-Giappolia Tv, Wikipedia, siti specializzati.)



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