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LA STORIA DEI SAKURA: Seconda parte

(Articolo a cura di Susanna Ribeca, scrittrice)

Ti sei perso la prima parte?


Seconda parte:


Durante il periodo Meiji, i leader nipponici furono messi di fronte alla necessità di unire, dal punto di vista emotivo e spirituale, il popolo giapponese, che non aveva idea di cosa significasse appartenere ad una nazione.

Durante l’epoca Edo, infatti, ognuno apparteneva al proprio feudo ed era obbligato verso il proprio signore.

Il sistema imperiale era però rimasto immutato nella società nipponica da oltre mille anni e l’unica religione autoctona era lo shintoismo, nel quale l’imperatore svolgeva un ruolo importante.

Il connubio fra sistema imperiale e shintoismo avrebbe fornito al Paese la necessaria base spirituale.


Per instillare nel popolo la lealtà e la devozione verso il sovrano, i capi Meiji si basarono su tre pilastri fondamentali:

il primo era l’etica del bushi, il samurai;

il secondo era la Yamato-damashii, lo spirito giapponese;

il terzo era il simbolismo del fiore di ciliegio.


Con questa ideologia, legata all’idea della divinità dell’imperatore, che la saggista Naoko Abe definisce “ideologia sakura”, si riuscì a condizionare ed indottrinare i giapponesi.


La Costituzione Meiji, promulgata nel 1889, ebbe come obiettivo quello di infondere nel popolo il senso dell’ordine, della disciplina e del patriottismo. Il sovrano è il vertice ed i cittadini sono sudditi al suo servizio.


Nel 1905, l’occidentale Basil Hall Chamberlain, professore di filologia presso l’Università Imperiale di Tokyo, scrisse: “Il vecchio Giappone è morto e sepolto, e al suo posto regna il Giappone nuovo. Ma altrettanto chiaro è che il passato custodito supera in entità quello che ci si è lasciato alle spalle. Il carattere del Paese resta inalterato”. E come esempio cita due poesie che i nazionalisti nipponici indicavano come esemplificativi del carattere della popolazione.

Una è di Norinaga Motoori (XVIII secolo):

A chi mi chiedesse

Di conoscere lo spirito di Yamato

Direi: «La fragranza dei ciliegi montani

Nella luce del mattino»


La seconda è un proverbio del Seicento:

Tra i fiori (primo) è il ciliegio

Fra gli uomini il guerriero



Nel 1915 apparve in inglese il volume “Bushidō. L’anima del Giappone”, in cui l’autore, Inazō Nitobe, spiegava il ruolo dell’etica samurai nella società giapponese.

Nitobe, che aveva studiato a Baltimora, cercò di illustrare agli occidentali l’origine della forza del Giappone, soprattutto dopo la vittoria contro la Cina nella guerra del 1894-95.

I nipponici cercavano anche di proporsi come alternativa credibile al tradizionale predominio cinese in Estremo Oriente.


Al cuore del carattere nazionale giapponese c’è un codice non scritto di principi morali tramandato di generazione in generazione, che il samurai era tenuto a rispettare.

“Bushidō” descrive le virtù della cavalleria, della pietà filiale, della lealtà, del patriottismo, della cortesia e del dominio di sé stessi. Un tempo prerogativa esclusiva del samurai, lo spirito del Bushidō arrivò a permeare tutte le classi sociali, diventando un modello per il popolo.

Nel 1882 il Bushidō entrò a far parte del codice di comportamento militare, mettendo l’accento sulla lealtà verso il sovrano.


Parallelamente, si sviluppa l’ideologia legata al fiore di ciliegio, che era allo stesso tempo il preferito della gente e l’emblema del suo carattere, e venne contrapposto alla rosa inglese, con le sue spine nascoste, i colori sgargianti, il profumo penetrante e la tenacia con cui si aggrappa alla vita.

Il sakura, invece, non nasconde spine o veleno sotto la sua bellezza ed è pronto ad abbandonare la vita quando la natura lo richiede; i suoi colori non sono mai eccessivi, né la sua fragranza nauseante.


In occasione di due eventi culturali come l’Esposizione Universale di Parigi del 1900 e l’Esposizione anglo-giapponese del 1910, il governo giapponese esibì dei sakura che incantarono i numerosi visitatori europei.

Cominciò a prendere forma la cosiddetta “diplomazia del fiore di ciliegio”, praticata verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti.

Per esempio, nel 1909, il sindaco di Tokyo spedì a Washington duemila ciliegi in segno di gratitudine per il ruolo di mediazione svolto dagli Usa durante la guerra russo-giapponese (1904-1905), dopo che la first lady americana ebbe espresso il desiderio di piantare questo tipo di alberi lungo il fiume Potomac.

La prima tranche si rivelò infestata di insetti e fu bruciata.

Per nulla scoraggiato, nel 1912 il sindaco di Tokyo ridonò 6020 arboscelli a Washington, che furono piantati sul Tidal Basin.


Oggi il “National Cherry Blossom Festival (Festival Nazionale dei fiori di ciliegio)” è uno degli eventi primaverili più suggestivi della capitale americana, discendente di quel dono del Giappone.


(Washington, Tidal Basin)



Purtroppo, dagli anni Trenta in poi, il Giappone scivolò verso un pericoloso nazionalismo, che sfociò prima nell’abbandono, nel 1933, della Società delle Nazioni e nel 1936 nel Patto Anti-comitern (anticomunista) con la Germania.

All’epoca, l’imperatore era venerato come un dio in terra ed il fiore di ciliegio era fra i più potenti simboli dell’esercito.


Il professor Kiyoshi Hiraizumi arrivò a dichiarare che, in caso di emergenza, bisognava cadere come fiori di ciliegio per l’imperatore.

“Non gioiamo per la bellezza dei fiori, gioiamo bensì per la loro caduta e per il loro eroismo”, scrive.

Il messaggio sembrò essere rafforzato dal fatto che i fiori della varietà Somei-yoshino sbocciano in massa e poi cadono in massa.

I Somei-yoshino furono piantati in grande quantità alla fine dell’Ottocento, proprio per rafforzare il legame fra fiori e guerrieri.


Come abbiamo detto nella prima parte a proposito dell’esistenza di molte varietà di sakura sul territorio nipponico, prima del XIX secolo in Giappone la fioritura dei ciliegi non dava quest’impressione di uniformità.

L’ambasciatore negli Usa Hiroshi Saitō, come gli altri diplomatici, cominciò ad esportare l’immaginario del fiore di sakura all’estero, usandolo come strumento di propaganda pacifica mentre mascherava le non pacifiche intenzioni belliche.

Ancora una volta, in un discorso, Saitō utilizzò la metafora del ciliegio e della rosa:

“Con le sue spine la rosa simboleggia i diritti. Il ciliegio, con i suoi colori discreti, i doveri. La rosa è individualista e si fa valere. Il ciliegio va goduto a rametti, nei quali il singolo fiore perde la propria identità a beneficio del tutto”.


Ogni giorno, i bambini a scuola ripetevano una frase del Rescritto imperiale (un complesso editto che gli alunni dovevano imparare a memoria) che dichiarava: “Offritevi coraggiosamente allo Stato”, ossia, siate pronti a morire per l’imperatore.

Ai soldati era esplicitamente richiesto di essere preparati a cadere e morire così come cadono e muoiono i petali del ciliegio.

La Marcia della Fanteria recitava:


Il colore della fascia che porto al collo

È quello dei fiori del frondoso sakura.

Come i fiori di Yoshino cadono nel vento

Così i figli di Yamato

Cadono eroicamente in prima linea, come i fiori.


Il colletto dei soldati era scarlatto come alcune varietà di sakura, e Yoshino era una nota destinazione di hanami. “Figli di Yamato” era un’espressione nazionalista usata per distinguere il gruppo etnico dominante, stabilitosi nel Giappone continentale, da quelli minoritari insediatesi nelle aree periferiche (da cui la parola italiana “yamatologia”, cioè lo studio della lingua, letteratura e civiltà giapponesi).




Dopo l’attacco a Pearl Harbour nel 1941, e l’entrata nella Seconda Guerra Mondiale, si diffusero fra la popolazione dei motivetti tipo “Dōki no sakura” (fiori di ciliegio fratelli):


Io e te siamo due fiori di ciliegio

Anche se cadiamo separatamente.

La capitale dei fiori è il tempio Yasukuni,

ci rivedremo sulle cime degli alberi in primavera.


Il tempio Yasukuni è un santuario shintoista di Tokyo, che svolse un ruolo molto importante durante la Seconda Guerra Mondiale, che i giapponesi chiamano “Guerra del Pacifico”.

Costruito nel 1869, passò sotto il controllo dell’esercito nel 1872 e divenne il simbolo della devozione all’imperatore e di tutti i caduti giapponesi nelle guerre per abbattere lo shogunato, contro la Russia, la Cina e la Prima Guerra Mondiale.

Negli anni si trasformò in un’istituzione ideologica.

Durante la Guerra del Pacifico, oltre due milioni di caduti furono venerati come “dei della guerra”, oggetto di culto popolare.

Ai soldati fu promesso che, se fossero morti per l’imperatore, avrebbero continuato ad esistere come fiori di sakura nei giardini del tempio, dove erano stati piantati centinaia di alberi.

“Dovevamo difendere lo Yamato-damashii come samurai e poi morire come fiori di ciliegio. Vivevamo per cadere. Era una visione insensata, ma ci educavano a pensare così. Nessuno la metteva in discussione”, dice Hiroyishi Abe, giornalista, testimone dell’epoca.


Tutte le scuole del Giappone avevano il medesimo programma, elaborato dal Ministero dell’Istruzione.

All’asilo si cantava:


Yama-zakura, Yama-zakura

Spargi la tua fragranza

Anche dopo essere caduto, per l’Imperatore.




Gli alunni più grandi studiavano il seguente testo (scritto nel 1900):

“La peonia è il fiore nazionale della Cina, gli occidentali adorano le rose. I giapponesi invece amano la trasparenza e la purezza dei fiori di ciliegio. Il nostro cuore deve essere trasparente come i petali di un fiore di ciliegio. Altrimenti, non si è autentici giapponesi”.


Nel 1942, dopo la vittoria americana nella battaglia delle Midway, il Giappone avviò il progressivo ritiro dai territori asiatici occupati, ma ovviamente lo Stato Maggiore non accettava la sconfitta, la peggiore delle umiliazioni, e decise di giocarsi la carta degli attacchi kamikaze (che significa “vento divino”).

Le Unità d’Attacco Speciale kamikaze (tokubetsu kōgeki tai o tokko-tai) erano suddivise in quattro reparti (Shikishima, Yamato, Asahi e Yama-zakura), i cui nomi, tratti dalle poesie di Norinaga Moroori, ribadiscono ancora una volta il legame fra fiore di ciliegio e spirito di Yamato.

Spesso sulla fusoliera era raffigurato un fiore rosa su sfondo bianco, mentre gli aerei destinati agli attacchi suicidi vennero ribattezzati Okha (bocciolo di ciliegio).


Nel 1945, sei mesi dopo i primi attacchi kamikaze, vennero reclutati nuovi piloti di età compresa fra i 17 e i 25 anni, di cui molti studenti universitari, che all’inizio della guerra erano stati esonerati, perdendo poi il privilegio.

Per capire a che punto l’immaginario dei sakura era intrecciato con quello dei kamikaze, basti citare la seguente poesia, scritta da un pilota di venti anni:


Per la gloria dell’imperatore

Che cosa si può rimpiangere?

Come un giovane ciliegio

La vera nobiltà della vita è nella caduta



Nella località di Chiran, una base aerea da cui decollavano gli aerei suicidi, attualmente esiste un Museo della Pace, che espone numerose lettere e poesie dei piloti, in cui la figura del sakura e del bushidō rappresentano gli ultimi pensieri di questi giovani uomini destinati a morire e a rinascere sotto forma di fiori di ciliegio, dopo essere diventati gunshin, ossia divinità guerriere.


Al giorno d’oggi, lo spettacolo dell’hanami non ha più nulla di ideologico: è solo un momento per godere della bellezza della Natura.


(Articolo a cura di Susanna Ribeca, scrittrice)


FONTE:

“Passione sakura” di Naoko Abe (2020) Bollati Boringhieri Editore



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