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RIENTRO IN GIAPPONE: Ragione o follia?

(A cura di M.Matteo Gagliardi, Direttore del Centro Culturale Italia Giappone ''Sicomoro'' in Italia)



Oggi ti presento un articolo che mi hanno inviato il direttore e fondatore del Centro Culturale Italia Giappone ''Sicomoro'' in Giappone Gagliardi Maurizio e sua moglie Castelli Brunella dopo un soggiorno di 20 giorni in Spagna, paese nel quale ora risiedo.


Ho chiesto loro di riassumere in un breve articolo la loro esperienza in modo da poterla condividere con te.

Cosa hanno visto? Come l'hanno vissuto? Che differenze ci sono?

Beh, pare proprio che le differenze ci siano e non sono nemmeno molto piccole.


La rotta è stata Madrid-Dubai, Dubai-Osaka.


Vi lascio leggere!



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Nell'itinerario di rientro dalla Spagna al Giappone abbiamo avuto modo di confrontarci, attraverso le diverse tappe del nostro percorso di ritorno, con i diversi approcci a questo tempo di pandemia.


La prima esperienza, quella spagnola, non sembra particolarmente diversa dalla solita "normalità":

contattiamo telefonicamente un'agenzia di autobus che dal luogo di partenza ci porta a Madrid, per poter prendere l'aereo.

Per accedere al servizio di trasporto non ci è stato richiesto altro se non il biglietto di prenotazione e di indossare la mascherina. Dentro l'autobus non sono richiesti distanziamenenti o altre particolari precauzioni.


All'aeroporto ci ricordano i criteri preventivi delle mascherine e distanziamento, prendono atto della nostra negatività risultante dai test covid-19, e ci fanno imbarcare.

Il nostro itinerario aereo prevede uno scalo a Dubai. Aeroporto stranamente poco frequentato, richiesta la negatività del tampone già effettuato in Spagna e imbarco la cui unica peculiarità risiede nel contenuto numero di passeggeri che possono accedere al volo, una ventina di persone. (in un aereo di quasi 400)


Arriviamo a destinazione: Osaka.

Scenario completamente diverso, mutato, lontano anni luce rispetto alle nostre esperienze in Europa.

Arrivati in aeroporto dobbiamo procedere su un percorso prestabilito della durata di circa tre ore e controllato da un servizio d'ordine già predisposto.


Inizia l'odissea divisa in sette postazioni controllo:


Primo controllo: temperatura, passaporto per provare l'identità, certificato di risultato negativo e il documento PCR.

Chi li controlla è giovanissimo e noi sempre vigilati dalla "polizia della quarantena".


Secondo controllo: ulteriore controllo dei documenti e test della saliva, qui ci danno un documento con il nostro codice di tracciamento per questo test, oltre a diversi documenti che diventano fogli di controllo che compileremo nelle fasi successive.


Terzo controllo: installazione delle applicazioni per il cellulare.

Gli addetti ci danno indicazioni sulle applicazioni da scaricare tramite codici QR, vigilano il nostro download e mentre le scarichiamo ci segnano con un timbro su una delle schede di controllo.

Una volta scaricato, ci chiedono il telefono e iniziano ad autorizzare il monitoraggio delle applicazioni e altre autorizzazioni.

Ci viene inviata una mail e ci chiedono di mostrargliela, ultimo timbro e alla fase successiva.


Quarto controllo: scansione del passaporto, controllo del visto e il resto dei documenti e ci fanno alcune domande sul nostro viaggio in Giappone.


Quinto controllo: consegna di tutta la documentazione accumulata e qui ci chiedono se siamo fumatori o meno.

Il motivo, tutte le persone che entrano devono trascorrere 3 giorni in un hotel designato dal governo, sia stranieri che giapponesi.


Sesto controllo: aspettiamo una schermata con il nostro codice del test, appare il risultato: negativo.

Un poliziotto della quarantena ci fa passare e torna a presentare i documenti a una finestra.


Settimo controllo: immigrazione. (unico controllo attivo anche prima della pandemia)

Controllo dei documenti.


La rigidità del protocollo e il trattamento severo ci catapultano in una dimensione interiore in cui non capisci più se sei già malato, se rischi oggettivamente di esserlo o se è così che ti percepiscono. Questo provoca uno strappo rispetto alla realtà, una profonda scossa interiore.

All'uscita quattro persone ci aspettano per spiegarci come andrà avanti la nostra quarantena, ci accompagnano ad un autobus. Un autobus vuoto, eravamo in tre. Subito il ricordo dell'autobus preso per andare a Madrid, pieno, con i dovuti accorgimenti, ma pur sempre pieno e senza distanziamento. Al contrario in un così grande autobus siamo in TRE.


Questo ci ha portato ad una riflessione: perché tutto questo per noi? Tutto dedicato a noi, tante persone lì per noi.

Anche arrivati all'albergo governativo per la quarantena infatti c'erano altre sei persone ad aspettarci. Passiamo al primo check-in e siamo scortati attraverso i corridoi per evitare di sbagliare percorso o forse per evitare una piccola sosta non autorizzata ai bagni. Ci consegnano la cena e ci caricano su un ascensore. Tutte le persone disposte sul nostro percorso, ad ogni angolo di ogni corridoio a scortarci, comunicano tra loro, si scambiano l'informazione ripetuta "sta arrivando una coppia", tutto è pianificato e controllato.


Arrivati al nono piano, quello del nostro breve soggiorno forzato, vediamo una fila di sedie nel corridoio, disposte così, senza una motivazione immediatamente intuibile.

L'ultima signorina ci spiega che la sedia davanti alla nostra porta delimita il nostro spazio di movimento, sarà il mezzo attraverso il quale ci consegneranno i pasti e sotto di essa dovremo lasciare i rifiuti. Ci consegna i documenti sui quali apporre le temperature rilevate e altre nozioni in merito al nostro stato di salute.


La porta si chiude.

Noi rimaniamo nella stanza con sei bottigliette d'acqua, le nostre valigie e una finestra sul mare che ci è stato vietato aprire, unico riferimento esterno a questa stanza.



Trascorsi i tre giorni in hotel ci fanno ripetere il PCR: NEGATIVO.

POSSIAMO USCIRE!

Noleggiamo un’auto, perché è vietato usare mezzi pubblici, e finalmente torniamo a casa.

Lì termineremo la nostra quarantena, ma non saremo lasciati soli perché tramite applicazioni, ogni giorno dovremo confermare la nostra posizione e trasmettere i dati sulla nostra salute e a giorni alterni riceveremo videochiamate.


Questa è una piccola parte di ciò che abbiamo vissuto durante l'entrata in Giappone, anche se ci sono molti altri dettagli che per raccontarli tutti però servirebbero ore.


Dall'Europa alla Luna.

Non possiamo trarre conclusioni, possiamo fare considerazioni.

Sono culture a confronto, stessa situazione ma modi diversi di affrontare la paura. Quello che è certo è che loro stanno facendo bene, o meglio stanno cercando di agire per il bene. Per limitare i casi. Ma chi può dire i casi quanti siano stati? Cosa sono i casi, di chi stiamo parlando? Un giorno forse qualcuno saprà riordinare tutti i dati e i flussi di informazione che quotidianamente ci raggiungono. Ma ora quello che resta è questo tempo in cui viviamo.

Per la nostra età non abbiamo vissuto pandemie nel passato, quindi è nuovo questo clima di guerra, in cui ci sembra che siamo tutti controllati, schedati, numerati.


L'ambiente, sia fisico che antropologico, asettico in cui ci siamo ritrovati al ritorno, qui in Giappone, cozza con quello che abbiamo percepito in Europa. Qualcuno è favorevole a questo modo, qualcuno pensa sia da pazzi, qualcuno che sia una cosa inutile. Credo sia solo la personale risposta di un paese e della sua cultura a questo tempo. Questo non può essere discusso ma sicuramente genera in noi degli interrogativi sulla vita stessa.

Il confronto con la paura di morire per questo virus, la percezione di averlo schivato per poco a volte, di averlo temuto, a volte sfidato o ignorato.

Ora ci ritroviamo in questa stanza a domandarci chi vi abbia soggiornato prima di noi.

Ci domandiamo se siamo qui perché dobbiamo essere protetti anche noi, o se siamo "sacrificabili" in nome della collettività, per contenere i "casi".


(Direttore e Fondatore del Centro Culturale Italia Giappone ''Sicomoro'' in Giappone Gagliardi Maurizio e Castelli Brunella)


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Bene.

Sinceramente è difficile poter trarre conclusioni o mettere in discussione il modo di fare di un paese intero quando si tratta di un virus che sappiamo bene cosa ha seminato.

Il Giappone e la sua storia, il Giappone e le sue paure, il Giappone e le sue catastrofi.


Ho voluto soffermarmi con questo articolo sulla situazione attuale per l'ingresso in Giappone. Ovviamente l'entrata non è concessa a turisti per il momento, ma spero di vedere presto come si comporterà il nostro amato Giappone al momento della ''riapertura''.


Almeno adesso però siamo un pò più aggiornati sulla situazione negli aeroporti.



(Articolo a cura di M.Matteo Gagliardi, Direttore del Centro Culturale Italia Giappone ''Sicomoro'' in Italia)



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