SULL'ALTARE DELL'EFFICIENZA

Updated: Jul 6

Il popolo giapponese: l'olocausto della società perfetta


Oggi c'è un articolo speciale.

Un nostro carissimo amico Don Antonello Iapicca, in Giappone da più di 30 anni, fa una riflessione profonda sul Giappone ''apparentemente perfetto''.


Non dico altro!



(Don Antonello Iapicca, ''Sull'altare dell'efficenza'')


I suoi primi raggi sono per loro, i milioni di volti inconfondibili che abitano l’avamposto orientale del pianeta.

Levandosi ogni mattina, il sole incontra prima di ogni altri gli sguardi giapponesi, e deve essere un po’ come accade al marito con sua moglie al suono della sveglia, o viceversa: molto della nuova giornata dipenderà da quello sguardo mattutino…

Te lo porti dietro e riverbera nel tuo, che piaccia o no.


Così il sole, ogni mattina raccoglie i volti giapponesi, ed ogni raggio posato poi sul resto del globo, ne seminerà un riflesso.

Il sole, una circonferenza colma di rosso vivo, orgoglioso, unico protagonista nel cuore della bianca bandiera giapponese, come il segno di una misteriosa appartenenza sigillata da sempre.


E il nome disegnato dagli ideogrammi, nomen omen dicevano i latini, letteralmente “il nome è un presagio”, come dire un nome un destino: 日本, Ni-hon, che significa proprio Origine del sole. Il Paese del Sol levante, occhi puntati a oriente del proprio oriente, in perenne attesa: il Giappone, profezia d’ogni altro popolo, d’ogni altro cuore puntato sul buio della notte, nella speranza di scorgere un raggio capace di fendere quella coltre di angoscia.


Lo attendono da sempre, giorno dopo giorno, in quell’estremo confine posto alle acque dell’oceano.

Attendono il sole, che è luce, gioia e vita. Attendono la felicità, come ogni altro uomo.


Si industriano, più degli altri, a dare dimensioni e spazi a questo bisogno che, per storia, cultura e religione, si è vestito di efficienza e ordine. Ma il puzzle dell’esistenza, anche se completato, non sazia il cuore. Misura, ordine ed efficienza sono tamponi adagiati sulla ferita, non guariscono. Lo spettacolo offerto dal Giappone nei giorni successivi il terremoto e lo tsunami devastante sono la cifra di questo popolo: non vi è catastrofe dalla quale esso non si sia rialzato, con impegno e diligenza quasi sovraumane.


Si leva il Giappone, come il sole, ogni mattina, e ricomincia da dove aveva lasciato il giorno precedente. Il buddismo ha solcato il cammino dei mille ritorni, un cerchio che trascina cose e persone, come i tifoni che investono senza pietà le innumerevoli isole, e distruggono, lasciando macerie dove ricostruire.

E si ricostruiscono case, scuole e fabbriche, si dissodano ancora le povere terre per tornarvi a seminare, ma quel che è distrutto, laggiù, nel cuore, non c’è nessuno per sanarlo.

Ordine all’esterno, spesso al prezzo di vite e famiglie, ma all’interno, moltissimi giapponesi sono profondamente soli.


Il cuore ferito dei giapponesi, lo conosciamo bene. E’ un dolore antico, come una incrostazione di millenni che serra il cuore.

Si è fatto rassegnazione, facendo difficile la missione. Occorre il bisturi per inoltrarsi tra i sedimenti di abitudini che, come coaguli raggrumati a difesa della rassicurante routine, ostruiscono la via alla verità dell’intimo del cuore. La sofferenza trova sempre un ripostiglio dove nascondersi; percuote il petto ma, alla lunga, resta soffocata dalla forma che riordina lacrime e sentimenti nello spazio e nel tempo ad essi concessi. Ma il dolore è brace viva sotto la cenere dell’apparenza. A volte è così forte da riprendersi, prepotentemente, i più deboli, ragazzi o anziani, per gettarli tra le braccia del demone suicida.


Anche se tutto è preparato, previsto e pianificato, nelle giornate giapponesi manca la gioia, perché hanno smarrito la pace narcotizzandola nello “shikataganai”, espressione ripetuta come un mantra dai giapponesi, un sinistro “non c’è niente da fare” cui appendere speranze e progetti andati in frantumi.

I suicidi si moltiplicano in un Paese tra i più sicuri del mondo, chiusi i sentimenti e le idee nel rifugio antiatomico del loro intimo, i giapponesi si sentono protetti proprio dall’uniformità stabilita dalle regole che governano relazioni, famiglia e società. Se è tutto già stabilito non c’è davvero da temere. Non i propri errori, perché di proprio non c’è nulla.

Non la personalità, schiacciata nel pensare comune dall’educazione.


Questa barriera protettiva che produce risultati economici e garantisce una società senza apparenti sbavature è come un laccio che ti soffoca piano piano. Te ne accorgi nelle lunghe traversate in metropolitana, proprio a Tokyo, medaglia d’oro della sicurezza. Se tra tanti occhi chiusi dalla stanchezza hai la fortuna di scorgerne due ancora aperti e non inchiodati su un display, lo capirai.

Gli occhi dei giapponesi, infatti, hanno visto la durezza dell’educazione impartita, la cauterizzazione di qualunque sentimento, persino quelli materni e paterni. Hanno visto l’abisso delle gerarchie sociali schiudersi sotto i piedi come fossati a difendere castelli; hanno visto i propri nomi sciogliersi come in un acido, quello del titolo di studio, della mansione lavorativa, della posizione sociale, e perdere così identità, hanno visto traslochi e sradicamenti, perché il Giappone, prima della famiglia e dell’amicizia, è l’unica e vera appartenenza.


Hanno visto manager barcollare zuppi d’alcool sui marciapiedi dei fine settimana, estremi tentativi per togliersi di dosso ansie e frustrazioni, divertimenti obbligati, attività sportive telecomandate, e si sono scoperti burattini dentro lo schermo di una playstation; hanno visto ragazzine vendersi ai maschi che desiderano carne fresca; hanno visto le perversioni più turpi, sciami di ragazzi – gli “hikikomori” – eclissarsi nelle proprie stanze e non uscirvi più, hanno visto menti rarefatte raccolte da pasticche ansiolitiche che uccidono l’anima.


Si può restare affascinati di fronte alle immagini di un popolo che sembra saper reagire con ordine e disciplina anche di fronte al terremoto, ma quello che si vede in superficie è piuttosto il frutto di un’assenza. E per me, che da trent’anni vivo ed evangelizzo in Giappone, ciò che manca alla stragrande maggioranza dei giapponesi, come di ogni uomo, è Cristo. E quando lo incontrano la loro vita, lentamente, cambia sin nel profondo.

Ne sono testimone. Ragazzi sul ciglio della storia, dimenticati dentro alle loro depressioni, assopiti negli psicofarmaci con cui lo Stato si illude di aver risolto il problema. Uno di loro ha bussato alla porta della Chiesa qualche anno fa; non sapeva a chi rivolgersi, ha cercato laddove aveva intravisto speranza, l’unica che il suo cuore aveva intuito affidabile.

Abbiamo parlato e subito ha cominciato un cammino di conversione con altri che, come lui, cercavano luce ai propri passi. Giovani dispersi, ormai lontani dai radar dell’efficienza e dell’ordine della società.

Giovani e adulti con le vite distrutte nell’alcool, presi dal laccio dell’adulterio, schiacciati come sardine nell’ingranaggio del lavoro. Ragazze sulla soglia dell’aborto, fragili, con il mondo che cadeva loro addosso.


Pochi, deboli, fragili, hanno incontrato il granello di senapa seminato nella loro vita, il seme di Cristo incarnato nella Chiesa seminata qui in Giappone. Ne hanno intercettato la gratuità in un amore che supera le barriere della cultura, della razza e della lingua; hanno gustato la fragranza della misericordia infinita di Dio che riluceva nella vita di quegli amici, conoscenti, compagni di scuola e di lavoro, cristiani.

E hanno compreso che volevano vivere come loro, perché quella era la vita che il loro cuore e la loro mente reclamavano, normalissima e ferita come la loro, ma splendente di una luce di pace, gioia e amore che non avevano mai conosciuto.


(Don Antonello Iapicca)


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